


di Angelo Porcaro – Redazione Nazionale Panathlon Pavia
Partendo dal Convegno sui Transgender nello sport (Pavia, 19/10/ 2019), presente il Prof. Francesco Schillirò autore di dotto intervento sulle “Differenze anatomo-fisiologiche nell’ambito delle prestazionali sportive”, ci troviamo ora ad un ulteriore passo nell’annosa questione se accettare o meno le atlete transgender alle competizioni mondiali.
Proporre un tema così delicato e controverso ai Panathleti richiede equilibrio, chiarezza e rispetto delle diverse sensibilità e dato che non ci sono certezze definitive, vi presento il tema come un “cantiere aperto”, un “tavolo di discussione” perché il nostro compito non è decidere chi ha ragione, ma capire come conciliare, se possibile, valori diversi in un mondo sportivo che cambia.
Il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) sta effettivamente valutando l’esclusione delle atlete transgender dalle competizioni femminili, ma la decisione non è ancora definitiva e potrebbe concretizzarsi solo dal 2026 in vista dei Giochi di Los Angeles 2028.
L’annuncio ufficiale potrebbe arrivare in occasione della sessione del CIO a Milano, poco prima delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina.
La nuova presidenza CIO, Kirsty Coventry, eletta nel 2025, si è dichiarata favorevole a un divieto assoluto e ha avviato studi scientifici per supportare la decisione. La motivazione principale, secondo la presidente, riguarda i vantaggi fisici permanenti derivanti dalla pubertà maschile, che a dirla con gli esperti, non possono essere completamente eliminati dalla terapia ormonale. In pratica, il CIO sta solo allineando le Olimpiadi alle regole già adottate dalle principali federazioni. La differenza è che, con Los Angeles 2028, il divieto diventerebbe universale e vincolante, togliendo autonomia alle singole discipline.
La questione divide profondamente dando luogo a un dibattito sia dal punto di vista etico che sportivo: da un lato c’è la tutela della parità competitiva nelle gare femminili, dall’altro il rischio di esclusione e discriminazione per le atlete transgender.
Ma qui il problema è anche di legittimità e di fiducia.
Quando le regole cambiano da federazione a federazione e i dati derivano da pochi casi, è difficile fidarsi del quadro complessivo. Altre disparità nascono dal fatto che molte federazioni hanno adottato criteri propri (testosterone, “puberty-based”, test genetici), creando esiti divergenti tra sport simili.
Inoltre esistono priorità non allineate: alcune enfatizzano la sicurezza (sport di contatto), altre l’equità prestativa (tempo/forza), altre l’inclusione (categorie aperte).
Ed anche i tempi di revisione, che aggiornano le regole in momenti diversi, con cicli politici e pressioni mediatiche non sincronizzate, contribuiscono alla confusione.
La situazione attuale vede gli sportivi d’élite tendere a privilegiare l’equità competitiva, mentre l’opinione pubblica più ampia tende a privilegiare l’inclusione e la non discriminazione. Questo genera un conflitto tra due principi etici fondamentali: Equità sportiva (fairness) e Inclusione e dignità (human rights) così che:
• Se si privilegia l’equità sportiva, si rischia di escludere un’intera categoria di persone, con conseguenze sociali e psicologiche.
• Se si privilegia l’inclusione totale, si rischia di compromettere la giustizia competitiva e la fiducia degli atleti cisgender nelle regole del gioco.
In sintesi
Il Panathlon, come movimento culturale sportivo, deve discutere con il compito di stimolare riflessione etica, non di dare verdetti soprattutto perché non esiste una soluzione perfetta tenendo conto che “Non si tratta di creare nuove Olimpiadi transgender, ma di capire come dare spazio e dignità a chi è poco numericamente ma importante simbolicamente, senza togliere equità alle donne cisgender.”




