

Di Angelo Porcaro – Redazione Nazionale Panathlon Pavia
I grandi eventi sportivi come la Champions League, i Gran Premi di MotoGP e Formula1 o i tornei del Grande Slam portano indubbiamente benefici allo sport e alla società: aumentano la visibilità delle discipline, generano impatti economici e turistici, migliorano l’esperienza dei tifosi e, unendo persone di culture diverse, creano un senso di comunità globale abbattendo barriere linguistiche e culturali. Le città e i paesi ospitanti, poi, rafforzano la propria immagine internazionale, diventando simboli di sport e accoglienza.
In definitiva si potrebbe dire che i grandi eventi sportivi non sono solo competizioni, ma veri e propri motori di sviluppo economico, culturale e sociale e rappresentano un’occasione unica per far crescere lo sport, rafforzare le comunità e creare esperienze indimenticabili per milioni di persone. Dal che si potrebbe concludere che i grandi eventi rafforzano l’idea dello sport come palestra di vita, a condizione, dico io, che scuole, famiglie e società sportive guidino i giovani a interpretarne correttamente i messaggi.
Per me lo sport deve rimanere un mezzo di crescita personale e sociale, non solo un palcoscenico di successo e, poi, a ben guardare in questo sport d’élite non è tutto oro quel che luccica.
Spulciamo questi grandi eventi partendo ad esempio dal pubblico.
Il pubblico che affolla i grandi eventi, in buona parte, non è più formato da “tifosi” ma da “spettatori” e ciò comporta una trasformazione dello sport d’élite che diventa più intrattenimento globale che passione identitaria.
Si produce così un cambiamento epocale in cui l’assistere ad una gara sportiva non è più vissuto come appartenenza a una squadra o comunità locale, ma come evento spettacolare da consumare.
Questo accade perché streaming, social network e piattaforme immersive rendono lo sport accessibile ovunque e a chiunque. I nuovi “spettatori” seguono highlights, statistiche in tempo reale e contenuti personalizzati trasformandosi in “analisti”; replay da più angolazioni, statistiche live, interazioni social fanno arricchire la conoscenza ma cambiano il ruolo del tifoso rendendolo meno emotivo e più “consumatore di contenuti”.
La presenza di tali spettatori, molte volte “occasionali”, porta a un calo del tifo organizzato e delle coreografie tradizionali. In grandi città europee, la repressione e la commercializzazione hanno ridotto la forza delle tifoserie sostituite, in molta parte, da un pubblico sempre più “turistico”.
Passiamo ora a parlare delle organizzazioni
Le società organizzatrici, puntando a ricavi da intrattenimento: merchandising globale, sponsorizzazioni, pacchetti hospitality, stanno avvicinando lo sport sempre più al modello dell’entertainment globale, simile a cinema o concerti, dove conta la presenza più che la fedeltà.
Il cambiamento è in atto ed è irreversibile e solo gli sport che sapranno bilanciare spettacolo e identità avranno successo.
Altra considerazione
Gli organizzatori dei grandi eventi sportivi (Liberty Media, DORNA ecc.), rincorrendo enormi profitti attraverso sponsorizzazioni, merchandising, folle plaudenti e contratti TV, non si preoccupano di tradurre, nemmeno in parte, i profitti in benefici per lo sport di base. Le maggiori entrate restano concentrate nelle mani delle grandi organizzazioni private, mentre le piccole società dilettantistiche, che rappresentano circa il 99% della pratica sportiva, continuano a dipendere da volontariato, contributi locali scarsi e, a volte, misero sostegno pubblico.
E cosa grave, la trasformazione dello sport in spettacolo riduce la percezione dello sport come pratica quotidiana di inclusione e salute, rischiando di marginalizzare il valore sociale delle piccole realtà.
Ma allora, voi vi chiederete, lo sport di vertice è solo negativo? No assolutamente. Lo sport spettacolo, come ho detto prima, stimola la pratica sportiva, soprattutto tra i giovani, apportando nuovi atleti ai circoli ed ai club e producendo ricadute economiche indirette sul territorio (alberghi, ristoranti, trasporti). Insomma alimenta il turismo sportivo, anche se raramente rafforza direttamente le piccole società.
Premesso che lo sport d’élite, gestito da privati, ha come obiettivo primario il profitto, mentre lo sport di base è storicamente legato a valori sociali, educativi e di salute, si può affermare che lo sport d’élite e lo sport di base convivono in un equilibrio instabile: il primo è motore economico e mediatico mentre il secondo è motore sociale e culturale.
La conciliazione potrebbe avvenire solo se si costruissero ponti attraverso i quali una parte degli incassi dei grandi eventi arrivassero al movimento di base. Senza di essi, lo sport rischia di diventare un bene di consumo elitario, tradendo il suo ruolo di strumento di benessere e inclusione.
Ed infine un’ultima considerazione: quale sarà il futuro delle Federazioni sportive di fronte alla trasformazione dello sport in puro spettacolo commerciale? E le Olimpiadi?
Le previsioni sono che le Federazioni manterranno solo il ruolo istituzionale (regole, arbitri e giudici, controlli di sicurezza e sport minori), mentre le leghe private gestiranno lo spettacolo e il business. Alcune discipline si staccheranno del tutto, cosa che già avviene, creando circuiti indipendenti dalle federazioni migrando verso circuiti privati e le Olimpiadi perderanno fascino, attrattiva oltre i migliori atleti.
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