Alysa Liu, ventunenne statunitense, ha conquistato il suo secondo oro in questi Giochi Olimpici. Lo ha fatto dopo un ritiro di due anni, deciso dopo la precedente edizione olimpica. Perché? Perché era tutto “troppo”.

di Mirko Rimessi – Redazione Nazionale Panathlon Ferrara
“Ho iniziato a pattinare all’età di 5 anni, quindi sono sul ghiaccio da circa 11 anni, e questi 11 anni sono stati pazzeschi. Ci sono stati molti momenti belli e brutti… Sono molto contenta di come si è sviluppata la mia carriera di pattinatrice. Ora che ho finalmente raggiunto i miei obiettivi in questo ambito, mi dedicherò ad altre cose nella mia vita. Pattinavo tutti i giorni. Non avevo un solo giorno libero, quindi era piuttosto intenso… Fin da bambina, mi dicevano cose come: ‘Non mangiare quello’. Non potevamo nemmeno bere acqua a causa del peso dell’acqua. Immagina di dire a una tredicenne che non può bere acqua a causa del peso dell’acqua!”.
Questo il suo messaggio quanto si ritirò. Qualcuno ora dirà “che c’è di strano, lo sport di vertice è sacrifico”. Ed é vero. Ma é anche equilibrio. E quando si va oltre qualcosa si rompe. Per una Liu che riesce a ripartire, quanti atleti hanno mollato perché chi aveva il compito di gestire la loro crescita, anche come persone, si é dimenticato di questo aspetto? Perché é facile “privare”, molto più difficile lavorare in equilibrio. Ma, nello sport moderno, non ci si può più esimere da questo.
Tutte le norme sul Safeguarding oggi appaiono come follia, e in parte lo sono, anche per come sono state presentate e per certe derive che hanno preso, ma sono in realtà una garanzia che le associazioni sportive e i tecnici forniscono allo sviluppo armonioso dell’atleta. Anche in questo caso si tratta di trovare equilibrio, ma leggere ricostruzioni che sconfinano nel penale fa male, perché arrivare all’oro, alla perfezione, ma anche solo alla maturità atletica, é un percorso di vita difficile, da affrontare in modo armonioso, non repressivo o punitivo.
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