

di Mirko Rimessi – Redazione Nazionale Panathlon Ferrara
Seguo il parabiathlon e il cronista se ne esce con “questo atleta, durante un’azione militare, ha perso una gamba, ma parliamo di altro, non facciamo pietismo, questi sono grandi atleti qui per competere”
Allora, posto che il pietismo sia un problema, e che sconfinarci sia a volte facile, perché le storie di vita degli Olimpici devono essere così importanti mentre quelle dei Paralimpici devono oggi essere classificate pietismo quando raccontate? In una edizione Paralimpica che (finora, speriamo in un cambio di pass) sta avendo una esposizione mediatica che segna un deciso passo indietro, questo è molto pericoloso e ho paura che voglia mascherare una mancanza di capacità narrativa.
Sono grandi Atleti, in primis, ma hanno una Storia, con la S maiuscola da raccontare, che va raccontata perché motivazionale, e può anche dar cadere qualche lacrima, anche se non sconfina nel pietismo. Guardate, ad esempio, Rising Phoenix: é ispirazione, é vita, non è pietismo. Ma si, si piange.
Il rischio, così, è che si voglia normalizzare quello che non lo è, a discapito del messaggio, perdendo una delle motivazioni alla base: essere d’esempio. Guttmann, e ancora di più Maglio, volevano mostrare al mondo che qualcosa di diverso per le persone con disabilità era possibile, lo sport un mezzo per farle star meglio e per dimostrarlo ad altri.
Se non racconto, partendo dalla centralità del fatto che sono Atleti qua per competere, quello che c’è intorno, dalla forza alla resilienza, non elimino il pietismo ma umilio la narrazione.
Faccio un salto indietro di 30 anni, ad Atlanta, quando il braciere Olimpico lo accesse Muhammad Alì, segnato dal Parkinson: non era lì per pietà, era lì per indicare una strada diversa. Che oggi dobbiamo continuare a seguire e non nascondere sotto un tappeto.
#MilanoCortina2026




