

Agli amici panathleti… da Angelo Porcaro
Amici panathleti oggi vorrei dirvi la mia su qualcosa che va oltre il calcio, oltre la danza, i tuffi, lo snowboard, la ginnastica artistica, oltre qualsiasi sport praticato dai nostri ragazzi. Vorrei parlarvi di fiducia.
Perché quando nel mondo dello sport esplode una crisi, come quella che sta colpendo gli arbitri o la danza, noi adulti rischiamo di vedere solo la superficie: le polemiche, le accuse, le discussioni infinite. Ma i ragazzi… loro vedono altro. Loro sentono.
Sentono quando l’ambiente è teso. Sentono quando gli adulti litigano. Sentono quando le regole sembrano valere solo per alcuni. E questo lascia un segno.
Per un ragazzo che inizia a giocare a calcio, o a danzare, o a fare ginnastica, l’arbitro o il giudice non è un tecnico: è la giustizia. È la persona che dice: “Qui dentro, tutti hanno le stesse possibilità”.
Quando questa figura viene messa in discussione, quando il sistema appare confuso, manipolabile, ingiusto… i ragazzi imparano una lezione sbagliata. Imparano che protestare vale più che impegnarsi. Che il merito non basta. Che chi decide può essere influenzato.
E allora, succede che il gioco perde magia. Che la danza perde leggerezza. Che lo sport perde la sua funzione educativa.
E qui, genitori, allenatori, dirigenti, entriamo in gioco noi.
Perché noi siamo il filtro attraverso cui i ragazzi interpretano ciò che accade. Se noi reagiamo con rabbia, loro imparano la rabbia. Se noi reagiamo con sfiducia, loro imparano la sfiducia. Se noi reagiamo con rispetto, equilibrio, responsabilità… loro imparano tutto questo.
Lo sport non è solo movimento. È un linguaggio. È un modo per insegnare ai ragazzi a stare al mondo. E ogni volta che un adulto urla contro un arbitro, o insinua sospetti, o giustifica comportamenti scorretti, sta insegnando qualcosa. Qualcosa che non vorremmo mai vedere nei loro occhi.
Ma c’è una buona notizia. Una notizia potente. La crisi che stiamo vivendo può diventare un’occasione. Un’occasione per mostrare ai ragazzi che la giustizia non è perfetta, ma va cercata. Che gli errori esistono, ma si affrontano. Che la trasparenza è un valore. Che il rispetto non dipende dal risultato, ma da chi siamo.
Genitori, allenatori, noi non possiamo controllare ciò che accade ai piani alti dello sport. Ma possiamo controllare ciò che accade qui, nei campi dove crescono i nostri figli. Possiamo essere noi i custodi della giustizia che loro cercano. Possiamo essere noi l’esempio che li guida.
Perché alla fine, lo sport non forma campioni. Forma persone. E le persone imparano soprattutto da ciò che vedono negli adulti che hanno accanto.Facciamoci vedere. Nel modo giusto.




