
Il Calcio di Romano Mattè – Redazione Nazionale G. Brera Università di Verona – Area1 Veneto Trentino/AA
“Cambiare non equivale a migliorare ma per migliorare bisogna cambiare”. Così disse un grande della Storia: Winston Churchill. Questa affermazione vale anche per il calcio, che essendo la proiezione ludica di una società in perenne divenire, non può che accompagnare, rimarcare, sottolineare, assecondare, tutte le sue evoluzioni sociali. Non esistono pertanto tattiche immutabili eterne: queste evolvono, mutano nel tempo anche secondo le caratteristiche degli uomini che le devono realizzare.
Un esempio eclatante è il percorso-mutazione tattica fatto da Gasperini, grande tecnico, un purista della “3”, fanatico dell’anticipo ma non un ottuso integralista che ha avuto la felice intuizione nel conciliare due tattiche solo apparentemente inconciliabili, il gioco “a zona” e quello “a uomo”, grazie a giocatori duttili (quasi) universali in grado di esprimersi efficacemente in ogni zona del campo.
In fase di possesso palla tutti i giocatori devono essere in grado di attaccare spazi e zone diverse del campo. Gli esterni bassi, ad esempio, si alzano a turno, si aggiungono agli interni creando superiorità numerica (temporanea) nel mezzo; il centrale difensivo può alzarsi diventando in quel preciso istante tattico un interno aggiunto, addirittura rifinitore e a volte persino finalizzatore. Gli esterni alti (talvolta schierati a piedi invertiti, i mancini a destra e i destrorsi a sinistra) possono tagliare a chiudere ma possono anche giovarsi delle sovrapposizioni degli esterni bassi per essere meno pressati e battere così a rete o rifinire per l’altro esterno in chiusura. Come si vede sul possesso palla vi è uno scambio continuo incessante di ruoli, di posizioni, di compiti. Ma allorché si perde palla si porta un pressing alto, fisico, feroce, anche “sporco e cattivo” volto a soffocare, anestetizzare l’avversario colpendolo al primo errore nel palleggio in uscita con eventuali raddoppi qualora la prima pressione venisse vanificata dall’avversario.
Tutto questo richiede un enorme dispendio psico-energetico che la Dea finì per pagare nella parte terminale del campionato con qualche sconfitta (anche interna) arrendendosi non tanto agli avversari quanto alla sua stessa fatica.
Gasperini, da tecnico intelligente, corresse questo atteggiamento tattico e la Dea nella sua seconda versione attuerà un pressing sempre fisico ma più basso (di 5-6 metri) meno ossessivo e feroce, più prudente, più di attesa, più chirurgico riducendo anche il possesso palla (del 6-7%): in questo modo veniva meno il grande dispendio psico-energetico dei suoi uomini e la Dea diveniva più lucida, più essenziale, meno vulnerabile con più spazio in avanti per verticalizzare. Pressare alto sempre e comunque non è più un dogma: lo si può attuare quando è indispensabile per forzare gara e risultato o per sfruttare un eventuale calo di un avversario in inferiorità numerica o in evidente flessione.




