

di Ludovico Malorgio Redazione Nazionale Panathlon Leccce
LECCE – Pochi giorni fa ci ha lasciato per sempre Livio Berruti. E’ scomparso l’uomo, non il suo mito! Il leggendario campione dell’atletica italiana e mondiale, medaglia d’oro nei 200 metri piani alle Olimpiadi di Roma del 1960, vivrà in eterno. E stato unico! Primo europeo a rompere l’egemonia degli sprinter americani che durava da 32 anni, con l’oro di Roma si consacrò inimitabile campione ed entrò nel cuore di tutti gli italiani, affascinati dalla eleganza e dalla sua immagine di atleta pulito. Della finale sulla pista in terra battuta dell’Olimpico, il 3 settembre 1960 sono rimaste impresse nella memoria collettiva la velocità, lo stile e l’irresistibile progressione con cui negli ultimi 80 metri, all’uscita della curva, mise in fila lo statunitense Lester Carney e il francese Abdou Seye, classificatisi nell’ordine. Sulla pista in terra battuta dell’Olimpico Berruti eguagliò il record mondiale di 20”5, che aveva fissato anche in semifinale. Il video in bianco e nero della finale di Roma, custodito nelle cineteche sportive di tutto il mondo, rappresenta un prezioso documento dell’impresa di un campione di altri tempi, un atleta acqua e sapone, che affinava ed esaltava le sue straordinarie qualità fisiche solo con il lavoro, il sacrificio e le rinunce.
ATLETA SIMBOLO – Berruti, simbolo per sempre! Lo è stato per la sua epoca, lo è anche e oggi, anche se l’atletica è molto cambiata. Le nuove metodologie di allenamento, lo sviluppo di nuove tecnologie, il miglioramento delle tecniche di corsa, le piste sempre più veloci, hanno determinato il superamento del vecchio stereotipo del campione della velocità: statura imponente, muscolatura possente e straordinaria forza esplosiva caratterizzano il moderno ‘sprinter’. Livio Berruti aveva caratteristiche fisiche quasi opposte. Era alto 1 metro e 80, ma pesava molto meno di 70 chili, il fisico snello gli permetteva di correre in scioltezza e con estrema naturalezza. Veloce come una lepre e agile come una gazzella, in corsa dava l’impressione di ‘volare’, rendendo quasi impercettibile il contatto con la pista. Per questa sua caratteristica lo chiavano ‘L’angelo’. Lo stile elegante e la falcata leggera sono stati segni inconfondibili della sua immensa classe. Berruti i correva per vincere, ma considerava lo sport un validissimo strumento di crescita umana, per l’abitudine al sacrificio e l’applicazione che richiedeva. Per questo motivo noi Panathleti lo sentiamo molto vicino. E’ stato un grandissimo campione. Da 66 anni, il suo nome è inciso a caratteri cubitali nella storia dello sport italiano e mondiale.
LA VITA – Livio Berruti era nato a Torino il 19 maggio 1939, figlio unico di una famiglia benestante, giunse all’atletica per merito di un docente di ginnastica al Liceo Cavour (prof. Melchiorre Bracco) che lo fece partecipare ai campionati studenteschi. Vinse la gara dei 100 metri con 11”4. Selezionato subito dalla Fidal, a 18 anni entro in Nazionale, é stato il primo Italia a correre i 100 m in 10”3. Il passaggio alla gara più lunga fu un poco osteggiata dalla famiglia, temeva che il suo fisico esile non potesse reggere lo sforzo sulla doppia distanza. Si narra che un amico medico del padre chiese alla federazione addirittura di non farlo gareggiare nei 200. Il responsabile della velocità Peppino Russo fu di diverso avviso e decretò la nascita di una grande campione. Il 1959 fu l’anno della consacrazione di Berruti. In Germania, a Duisburg, nell’arco di 24 ore, batté due dei migliori velocisti europei: il tedesco Armin Hary sui 100 metri e il francese Abdou Seye sui 200. Il pesante impegno sportivo non impedì al giovane Livio di dicarsi con profitto anche allo studio. Dopo il Liceo frequentò l’Università a Padova e Torino e si laureò in chimica industriale.
CURIOSITA’ – L’oro olimpico diede a Berruti una eccezionale notorietà internazionale. Era ammirato per la sua classe, piaceva il volto pulito di ragazzo con gli immancabili occhiali da sole, gli veniva riconosciuto il grande merito di aver rotto l’egemonia dei grandi sprinter americani. La vittoria olimpica lo fece diventare eroe nazionale, ma non gli garantì un premio adeguato. All’epoca usava così, si gareggiava anche ad altissimi livelli per la medaglia, il di più era irrisorio. Livio portò a casa 800 mila lire dal Coni per la medaglia d’oro, 400 mila lire per il record mondiale e una Fiat ‘500’, che utilizzò per rientrare a Torino insieme con il suo compagno di classe e grande amico Giampaolo Ormezzano, giovane giornalista divenuto in seguito una firma storica della ‘Stampa’ di Torino. A Roma Berruti fu protagonista anche di una storia ‘rosa’, il flirt con la splendida atleta statunitense Wilma Rudolf, la ‘gazzella nera’ vincitrice di tre ori olimpici nei 100, 200 e 4×100. I due innamorati furono fotografati più volte per le strade di Roma in tenero atteggiamento. Si parlò di un innocente amore platonico, ci fu anche un tenero bacio furtivo. Di certo la loro vicenda amorosa si concluse in modo imprevedibile, con l’improvvisa partenza della Rudolf, probabilmente imposta dalla federazione americana su pressione di un altro corteggiatore di Wilma, un giovane pugile americano di nome Cassius Clay, che non vedeva di buon occhio l’idillio tra i due ed aveva già invitato Livio a girare alla larga, restando inascoltato. Al nostro campione restò una profonda delusione e untuta ricevuta in dono dalla sua Wilma.
L‘OMAGGIO DEL PRESIDENTE MATTARELLA – Livio Berruti, in questi giorni di dolore, è stato da tutti indicato come l’immagine dell’Italia del ‘miracolo economico’, che si compiva proprio ai primi anni ’60. Lo ha ricordato anche il nostro Presidente della Repubblica con un messaggio di cordoglio alla Famiglia in cui definisce il campione ‘Figura altamente rappresentativa dello sport italiano ’.
IL RICORDO – Tra i grandi personaggi dello sport, della cultura e della politica, da me intervistati per la Tv e la carta stampata (Teleleccebarbano – Il Corriere dello Sport, ndr) nella mia ultra cinquantennale attività giornalistica, Livio Berruti occupa un posto particolarmente significativo per due motivi. Il primo per l’eccezionale statura del campione, il secondo perché realizzai il servizio nel corso di una serata di gala in Suo onore organizzata del Panathlon Club Lecce nel 1980. Praticamente in casa nostra. L’incontro fu per me, giovane cronista sportivo, molto emozionante. Del mitico campione di ‘Roma 1960’, mi colpirono l’innata signorilità, il garbo con cui si poneva con tutti, la preparazione culturale e la parlantina sciolta, con la ‘erre’ moscia che aggiungeva un simpatico tocco di originalità al suo modo di parlare. Fu davvero una bellissima esperienza! Nella foto che pubblichiamo e che custodisco gelosamente da quasi mezzo secolo, è presente anche l’ing. Mario Stasi, fondatore del Club di Lecce nel 1956 e mitica figura dello sport, salentino a cui si deve anche la costituzione del Circolo Tennis del Cus Lecce.
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