

Il Tennis di Alberto Capilupi – Redazione Nazionale Panathlon G.Brera Università di Verona
Sono d’accordo con Giovanni Spassiani (fan di Sinner) sulle ragioni per le quali, a suo parere, Jannik ha perso da Djokovic nella semifinale degli Australian Open 2026.
Questo il suo elenco di 10 motivi, cui aggiungerei alla fine altre considerazioni. Dieci ragioni (concrete) per cui Sinner ha perso questa partita. C’è una domanda che rimbalza, insistente, dopo questa semifinale degli Australian Open 2026: com’è possibile perdere una partita così? Non è una domanda polemica, né ingenua. È una domanda onesta, quasi personale, che nasce dall’aver visto Jannik Sinner dentro il match, spesso sopra il match, eppure fuori dal risultato finale contro Novak Djokovic.
La risposta non sta in un solo punto. Sta in una sequenza di piccoli scarti, di dettagli che non fanno rumore ma scavano.
1. La partita si apre con un paradosso: Sinner produce di più. Più spinta, più iniziativa, più colpi risolutivi. Alla fine saranno 72 vincenti, contro i 46 di Djokovic. È un dato che racconta una superiorità di gioco per lunghi tratti, e proprio per questo rende la sconfitta più amara: perché non nasce dalla rinuncia, ma dall’abbondanza.
2. Gli errori non forzati, infatti, non spiegano il crollo: 42 a 42. Stesso numero, stessa imperfezione. Non è stata una giornata storta, non è stato un Sinner impreciso o disordinato. È stato un Sinner che ha sbagliato quando il margine era più sottile.
3. Il servizio, teoricamente, avrebbe dovuto essere il suo rifugio. Le cifre sono solide: 75% di prime in campo, 80% di punti vinti con la prima, 26 ace. Djokovic si ferma a 12. Ma nei momenti che contano il servizio smette di essere un’arma e diventa solo un colpo. Djokovic lo usa per prendere il punto in mano; Sinner spesso per rimandare lo scambio.
4. È qui che entrano in scena le palle break, il vero centro emotivo del match. Sinner ne costruisce 18, ne converte 2. Undici per cento. Djokovic ne ha 8, ne sfrutta 3. Trentotto per cento. Non è questione di coraggio, ma di lucidità: Djokovic sceglie soluzioni semplici, Sinner continua a cercare il punto “giusto”.
5. In risposta, l’azzurro non gioca male. Anzi: vince il 28% dei punti sulla prima di Djokovic, più di quanto il serbo faccia sulla sua. Ma è una risposta che raramente apre il campo. Djokovic accetta di rispondere meno, ma meglio posizionato. Sinner risponde più spesso, ma con meno conseguenze.
6. Col passare delle ore – la partita dura 4 ore e 9 minuti – emerge un altro scarto. Non c’è un crollo fisico evidente, ma una perdita di precisione progressiva. Oltre le tre ore, soprattutto nei rally lunghi, il rovescio di Sinner perde profondità. Non è un problema tecnico: è il segnale di un’energia che va amministrata, non solo spesa. Probabilmente pesa il fatto che Nole arrivava piu’ fresco con 2 partite vinte una contro Mensik senza giocare, l’altra contro Musetti quando era sotto 2-0, Sinner invece arrivava con uno score time di 11h30 giocati rispetto alle 9 di Djokovic e aveva subito contro Spizzirri e vinto con i crampi. Forse questo ha influito
7. Il quinto set arriva come un territorio già carico di memoria. I numeri dicono che Sinner nei quinti set Slam ha un bilancio di 6 vinte e 11 perse. Djokovic, dall’altra parte, è a 40 vinte e 11 perse. Non è esperienza astratta: è abitudine a stare male senza disunirsi, a vincere anche giocando peggio.
8. Djokovic, infatti, accetta una partita diversa da quella ideale. Non cerca il dominio, ma la durata. Riduce il rischio, accetta di essere meno brillante, meno spettacolare. Sinner continua a produrre, a costruire, a spingere. È una scelta identitaria, ma in certi momenti diventa un limite.
9. Anche a rete, dove Sinner vince il 79% dei punti (contro il 52% del serbo), il dato non si traduce in controllo. Arriva spesso in avanti, ma non sempre nei momenti giusti. Djokovic ci arriva meno, ma quando lo fa è per chiudere.
10. Alla fine, il totale dei punti vinti racconta la fotografia più crudele: 52% Sinner, 48% Djokovic. Più punti, ma sconfitto. È la sintesi perfetta di una partita persa non per mancanza, ma per gestione.
Aggiungerei tre mie considerazioni: In primo luogo contro Djokovic non ci si può permettere la ricerca costante della profondità al massimo rischio, perchè il serbo si posiziona sempre perfettamente per anticipare in top, cercando anche di piazzare la palla con prudenti margini di rischio. Inoltre Sinner rischia troppo anche in altezza, perchè preferisce privilegiare i colpi piatti a beneficio della potenza. Infine, il dritto di Sinner rimane problematico.




