
di Michele Dodde – Redazione Nazionale Panathlon Lecce
L’amabile favola dello sconosciuto anatroccolo divenuto un inaspettato magnifico cigno si è conclusa con posata nostalgia sulla spiaggia di Miami contro la nazionale del Venezuela, squadra di alto livello tecnico ma soprattutto di provata conoscenza filosofica del gioco mai fine a sé stesso. E’ stata questa la improvvisa favola che ha delineato la nazionale italiana di baseball partecipante alla sesta competizione del World Baseball Classic. Di certo saranno stati i lanci liftati e ragionati di un prestigioso bullpen, sarà stata la ferma determinazione dei battitori nel box di battuta, ovviamente anche l’eccellente armonia difensiva dei fielder, fatto sta che la Nazionale Azzurra di Baseball sotto la studiata guida dello skipper Francesco Cervelli ha superato ogni pensabile aspettativa e coinvolto positivamente media ed attenzione del pubblico italiano. Indubbiamente bisogna dare ragione alla Major League Baseball nell’aver dato vita a questa competizione con particolare regolamento per rilanciare gli aspetti più significativi del gioco superando i limiti ed approvando la globalità di insieme, ovvero rispolverando la viva determinazione del concetto di oriundo a tutto beneficio della storia e delle tradizioni.
Queste le venti nazionali partecipanti suddivise in quattro gironi:
Pool A: Porto Rico, Cuba, Canada, Panama, Colombia
Pool B: USA, Mexico, Italia, Gran Bretagna, Brasile
Pool C: Giappone, Australia, Korea, Rep. Ceka, Taipei
Pool D: Venezuela, Rep. Domenicana, Olanda, Israele, Nicaragua
e tutte avrebbero potuto schierare nei loro roster giocatori dal doppio passaporto e di ricercata caratura da rintracciare anche tra prospetti di squadre della Major League Baseball.
Queste le puntualizzazioni dunque, da queste le scelte. Il Presidente della Federazione Italiana Baseball e Softball Marco Mazzieri, già di per sé talentuoso giocatore e tecnico di prestigio, da par suo è riuscito a pescare nel suo cilindro magico il nome di Francesco Cervelli quale manager della Nazionale concedendogli ampi poteri e discrezionalità nell’assemblare la rosa di una nazionale che fosse al di fuori delle consuetudini ma intrisa di nuova vitalità e partecipazione.
Il buon Francesco così ha svolto egregiamente il compito frequentando dapprima i diversi diamanti italiani al fine di assorbire la ricercata vitalità del baseball italiano di per se quasi ottantenne ma sempre vissuta all’ombra del calcio nazionale e corroborata da ristrettezze economiche che ne hanno sempre limitato una più sviluppata crescita, poi ha varato una capillare scelta di talentuosi giocatori italiani e quelli con il doppio passaporto assemblando un roster comprensivo di bel quindici lanciatori tra cui Sam Aldegheri, Claudio Scotti e Gabriele Quattrini, un ricevitore, nove infielder e cinque outfielder.
Il debutto vincente di questa Nazionale sul diamante di Huston contro il Brasile ha destato una giusta sorpresa infiammando gli animi degli appassionati e dando inizio ad una striscia positiva di risultati che ha toccato l’apice nella gara clou della Pool B. Era questa la gara Italia – USA e contro la squadra degli Stati Uniti, orgogliosi depositari della nascita, crescita e sviluppo del gioco, gli Azzurri hanno sfoggiato una qualità di gioco interpretativa ad ampio respiro riportando una clamorosa vittoria che ha messo in riga molti commenti sui quotidiani statunitensi. Su quest’onda lunga l’Italia poi ha superato il Mexico approdando ai quarti di finale dove contro il Porto Rico ha riportato una ulteriore vittoria di prestigio che gli ha aperto le porte della semifinale.
Contro il Venezuela gli Azzurri sono stati edulcorati nei primi due inning con un parziale vantaggio (2-1) che hanno fatto intravedere come fossero vicine le porte del Paradiso, ovvero di una finale mai scritta nemmeno nei libri dei sogni…ed in effetti ecco che inaspettatamente il lineup azzurro ha incominciato a scivolare nella trappola del settimo inning, inning che la profezia e la tradizione della storia del baseball indicano come il momento in cui necessita il gioco dai polsi duri. I lanci che partivano dal monte di lancio da parte dei lanciatori venezuelani infatti sono riusciti ad imbrigliare lo swing delle mazze azzurre mentre di contro quello delle mazze venezuelane sono state in grado di scardinare la difesa dell’Italia realizzando tre punti e consegnare alla storia il proprio passaggio alla finale.
Quasi un’amara chiusura di quella striscia che aveva fatto sognare da parte di questa magnifica Italia che ha richiamato attenzioni e spirito di genialità come quello di offrire nel dugout agli autori dei fuoricampo una “tazzulella e caffè”, ovvero rendere una eccezionale prestazione in un momento di piacere rilassato. Ed a svolgere questo simpatico e goliardico rito era destinato Vincent “Vinnie” Pasquantino, in arte prima base del Kansas City Royals e di fatto quasi amorevole napoletano in Italian Style.
Ma tutti i giocatori e lo staff tecnico meritano un plauso indicativo per la loro chiara espressione di essere portatori di una maglia che i loro nonni, emigranti, hanno portato sempre nel cuore dei ricordi e che hanno espresso con commozione “averci qualcosa a che fare”. Ed in chiusura: ”Quello che ci lascia questo Classic – ha detto il Presidente della Fibs Marco Mazzieri – è sicuramente un segnale importante per i ragazzi italiani perché, come hanno dimostrato Gabriele Quattrini e Claudio Scotti, sono stati qui per poter dire anche la loro ed è la dimostrazione che lavorando duro si possono raggiungere grossi risultati…. E poi mai dimenticare che il baseball è più che mai un divertimento”
Nemesi della storia: se l’Italia avesse vinto contro il Venezuela la finale di questo World Baseball Classic 2026 sarebbe stata Italia contro USA a sua volta vincitrice contro la Repubblica Domenicana nella semifinale. Finale da rimandare alla settima edizione? Si può, si potrebbe, un sicuro auspicio.




